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martedì 25 maggio 2010

Indovina chi

Indovina chi ha detto...
(se volete mandare le risposte in privato per email, il mio indirizzo è ex.sslmit@gmail.com)

1. Dopo aver elencato a un esame di cultura tutti i modi di dire "prostituta" in un'altra lingua, il commento è: Signorina, se mi dice anche come si dice andare a battere, le do la lode

2. Negli ultimi dieci anni non ho avuto che rapporti omosessuali - ascoltata nei corridoi della SSLMIT

3. Mi dica, mi dica... che importanza ha per Böll l'uccello?

4. Con espressione stupita: Ma non avete mai comprato una mucca??? (questa è difficile)

5. Studente: Il verbo dilettarsi andrebbe bene?
   Prof: Vantarsi, ottimo, volevo dirlo io!
   In effetti...

6. Schleicher sale e scende come una meteora.

7. Studente: Linguaggio orale?
   Prof: Lingua dei giornali?
   Una visita dall'ottorino no???

8. Dopo 35 min dall’inizio della lezione: Ma voi siete del primo anno?

9. Le 20.000 leghe sotto i mari... o erano 80?

10. Era svizzero, di madrelingua francese, dunque parlava il tedesco senza difficoltà.

11. Prof: Dove ha trovato questa espressione?
     Studente: Sul Sansoni, sul Langenscheidt non c’era.
     Prof: Ah, sul Langenscheidt.

12. I maschietti adulti. (Gli uomini, per i profani)

13. Prof rivolgendosi a due studenti Erasmus, lui tedesco e lei russa: Voialtri che siete alemanni.

giovedì 1 aprile 2010

Amore e dintorni

Anche in questo campo la popolazione SSLMITiana risulta sui generis, e non solo per i problemi già esposti di identità sessuale e relative inclinazioni. Le ragazze della SSLMIT hanno un qualcosa che le distingue dalla popolazione universitaria media: un’alta percentuale ha storie con uomini più vecchi, sposati o meno. Perché? Non sono una psicologa e non mi interessa andare a fondo alla questione. Semplicemente sulla base di osservazioni casuali del comportamento delle SSLMITiane siamo giunti a questa conclusione: la percentuale di ragazze con storie più o meno ufficiali con uomini più vecchi sembra maggiore rispetto alle altre facoltà.

A volte la cosa nasce e si sviluppa all’interno delle mura del vecchio Hotel Regina tra studentesse e i pochi esponenti di sesso maschile (ed eterosessuali) tra i prof, anche se bisogna ammettere che in molti casi si tratta solo di dicerie e pettegolezzi, che, come ho già detto altrove, a scuola abbondano. Del resto, in un ambiente a maggioranza femminile è naturale che nascano pettegolezzi (le donne sono o non sono più portate per le lingue e per le chiacchiere?), se poi hanno un fondo di verità è più facile che non muoiano sul nascere, ma vengano ingranditi e pubblicizzati.

In alcuni casi invece le storie non sono solo dicerie, ma vengono ufficializzate (alcuni esponenti del corpo docente sono sposati – o lo sono stati – con ex studentesse), anche se la maggior parte delle volte vengono tenute segrete, con scarsi risultati, dato che ne sto parlando.

Per ovvi motivi non posso elencare né nomi, né situazioni troppo esplicite. A conferma del carattere internazionale della popolazione di Via Filzi bisogna dire che questa non è razzista (ogni continente è buono: Europa, America, Asia, Africa e Oceania, andiamo al di là dei confini nazionali e linguistici, com’è giusto che sia in una facoltà di lingue) né classista (dall’operaio al professore, dal cameriere al ginecologo). Forse in questo ha preso spunto da un prof di cui si è sempre detto che non ha pregiudizi nei confronti delle studentesse: di qualunque colore, lui se le fa tutte (pare anche che abbia convissuto per mesi con un uomo, il che confermerebbe la sua apertura mentale).

Le chiacchiere si diffondono allegramente ed è facile venire a conoscenza di dettagli più o meno privati della vita presente e passata dei prof. C’è sempre chi conosce qualcuno che “sa”. Ed ecco quindi una storia d’amore in passato tra due docenti di inglese, ora entrambi sposati (con altri). C’è sempre stata una notevole simpatia da parte di una prof di francese per uno di inglese, malgrado lui abbia famiglia. È nato poi un amore tra esperti di linguistica. Ci sono state molte altre storie più o meno segrete che è bene rimangano tali.

A volte, per caso, si viene addirittura a conoscenza di dettagli intimi, di parole particolari (addirittura vezzeggiativi quali “Piggy”) utilizzate in momenti di intimità da alcuni prof. E qui non sono complici i pettegoli, ma solo le pareti troppo sottili tra appartamenti adiacenti.

domenica 28 febbraio 2010

L'interpretese

Per l’esame di italiano in genere impariamo che esiste una certa varietà di registri linguistici, di idioletti, di lingue settoriali e di lingue speciali. Nessuno però parla mai di un fenomeno particolare, originale e tipico della SSLMIT: l’interpretese.
Studiando interpretazione si sviluppa un linguaggio che non può essere definito settoriale, ma piuttosto “professionale”, nel senso che appartiene a una precisa professione, quella dell’interprete (o forse quella del would-be interpreter). Ci sono varie sfaccettature: l’intonazione è la prima. Si distingue una persona che sta facendo esercizio di interpretazione a distanza di svariati metri: avrà una cadenza innaturale, la maggior parte delle frasi rimarrà in sospeso (non si può mai sapere se non devi aggiungere ancora qualcosa, per cui è sempre meglio lasciare la frase “aperta”), creando un effetto cantilenante e spesso fastidioso per chi ascolta. Non voglio dire che tutti parlano così, ma è un fenomeno piuttosto frequente (e io non ne sono certo esente). Poi c’è il lessico: nella continua smania di parlare bene, sappiamo alla perfezione quale verbo accompagna quale sostantivo, per cui anche in una banalissima conversazione con gente estranea diremo “porre una domanda”, perché il verbo “fare” è troppo comune e poi “non suona bene”.
Ricordiamo correzioni di interpretazioni che suonavano più o meno così: “Ma signorina, non mi dica ‘la soluzione adatta’, mi dica ‘appropriata’”. Allora è ovvio che diventiamo tutti un po’ paranoici, che cerchiamo sempre la parola migliore, la più appropriata appunto. Ma forse quando andiamo a comprare pane e latte potremmo anche ricordarci che stiamo comunicando con dei comuni mortali che ci capiranno anche se diciamo “andare a mangiare” e non “recarsi a colazione”.
Ognuno di noi poi si affeziona a certe parole, i cosiddetti jolly che mettiamo ovunque nelle nostre interpretazioni, vuoi perché sono parole passepartout, vuoi perché siamo convinti di fare colpo con un determinato vocabolo (salvo poi usarlo a sproposito), vuoi perché la parola ci piace e basta. Un fenomeno molto interessante: il jolly non è mai di una persona sola, ma viene lasciato in eredità da chi ha già passato gli esami ai compagni di sventura.
Oltre ai jolly personali ci sono le preferenze dei professori: anche se “refugees” è tradotto da tutti i giornali con “rifugiati”, ai nostri prof non piace perché è un calco, si dice “profughi”. “Environmental protection” non è la “protezione”, ma la “tutela ambientale”. Nessun problema, basta solo ricordarsi che a volte prof diversi preferiscono traduzioni diverse per la stessa parola, in fondo l’interprete deve essere flessibile e avere una buona memoria, no? Questo dovrebbe entrare a far parte del bagaglio di conoscenze immagazzinate nella memoria a lungo termine. Ma i traduttori non sono affatto più fortunati: ci sono professori che correggono le versioni date per buone da altri prof e ti dicono che se l’autore tedesco ha messo una virgola proprio lì, allora la devi mettere anche tu (senza tenere in considerazione che le regole di punteggiatura tedesca sono molto diverse da quelle italiane). E allora si parla di “casa pittata di fresco” e non “imbiancata”, di “verdaiolo” e non di “fruttivendolo”, perché i termini da noi proposti non sono coevi.

lunedì 18 gennaio 2010

Soprusi

Si sa, lo studente è un piccolo e indifeso animaletto su cui spesso si sfogano le frustrazioni di chi ha il coltello dalla parte del manico. E anche se non fosse così, è questo il modo in cui lo percepiamo noi. E di esempi ce ne sono a bizzeffe.
Forse penserete che sto utilizzando questa occasione per vendicarmi di ciò che ha subito. Non me la sento di smentire del tutto questa ipotesi, ma sarò democratica e lascerò spazio anche ai soprusi subiti da amici e conoscenti, o almeno a quelli di cui sono a conoscenza. E comunque se ho deciso di scrivere, un motivo ci sarà pure, no? E non è di certo solo quello di far passare qualche momento piacevole a chi legge, dicono che la scrittura abbia una funzione catartica, sto mettendo alla prova questa affermazione, se alla fine mi sentirò più sollevata, allora questo blog avrà ottenuto il suo scopo principale.
Il modo più semplice per strutturare questo capitolo sarebbe seguire la classica suddivisione in lingue, ma non ho avuto accesso a informazioni accurate su tutti i corsi e i relativi prof – se qualcuno volesse rendermi partecipe di fatti che meritano di essere resi pubblici, mi informi, sono sempre aperta a suggerimenti.
Mi limiterò comunque a parlare dei soprusi di mia conoscenza, che si sono concentrati nel secondo biennio, per cui credo sia opportuno cominciare con i prof di interpretazione.
La prima persona che viene in mente è Snelling, anche se quello che mi accingo a raccontare non può propriamente essere definito un sopruso, è semplicemente una sua buona abitudine non condivisa dai suoi studenti: perché è necessario cominciare le lezioni alla mattina alle 8 quando con il quarto d’ora accademico si potrebbe aspettare senza problemi fino alle 8 e mezza? Generazioni di studenti si interrogano su questo punto, ma il prof non si scompone e continua a portare avanti la sua crociata pro puntualità. E se arrivi tardi... beh, te lo fa pesare E NON POCO!
Ma non finisce qui. Come dimenticare le innumerevoli lezioni con penosi risultati in cabina, spesso sottolineati da commenti ironici o sarcastici di alcuni prof, che arrivano addirittura (per farti sentire più a tuo agio) a chiederti come hai fatto ad arrivare al terzo anno con quel penoso livello della lingua di turno? Oppure prof che ignorano la tua presenza, neanche fossi invisibile. A volte – è vero – è piacevole, evita figuracce e ulteriori insulti, ma alla lunga ti chiedi se davvero fai così schifo quando cerchi di interpretare. O ancora commenti del tipo: “Secondo Lei questa sarebbe un’interpretazione?”. Notare bene: ti uccidono, ma ti danno del Lei, sono educati.
E poi l’incubo per tutti gli studenti di francese: arrivare a lezione alle 8 e mezza di mattina AVENDO GIÀ LETTO IL GIORNALE, perché un interprete deve essere sempre aggiornato (mai sentito parlare di quanto è bello stare a letto un quarto d’ora in più la mattina presto?). In teoria oltre alle ore di lezione (con il vecchissimo ordinamento arrivavamo anche a più di 40 alla settimana), agli esercizi e allo studio, avremmo dovuto leggere: un quotidiano italiano al giorno, due riviste settimanali (no, non Cosmopolitan, Max o simili, si parla di riviste serie) più una rivista e qualche quotidiano alla settimana in ognuna delle lingue di studio. Oltre, ovviamente, a guardare il telegiornale tutte le sere. E chi siamo, Mandrake?
Se le lezioni sono una nota dolente, pensate allora (oppure ricordatevi) a cosa possono essere gli esami. Da professori che ti consigliano di darti all’ippica a prof che ti ringraziano per “la Sua interpretazione che ci ha fatto molto ridere” (sempre con la forma di cortesia, naturalmente), ti chiedono se stai facendo qualcosa per ostacolare il tuo apprendimento della lingua in questione, ti dicono che chiudendo tutti gli occhi possibili hanno deciso di darti 18 (e tu dentro di te fai salti di gioia) e poi aggiungono, nel consegnarti il testo d’esame, “prenda questo aborto e non lo mostri in giro”.
Insomma, abbiamo un bel repertorio, compreso un trattamento che già anni fa i prof si erano detti tutti d’accordo di eliminare (ma perseverano): a metà della sim ti aprono la porta della cabina e ti fanno accomodare, oppure dopo qualche frase dall’inizio ti dicono “Grazie, basta così”, come se ascoltarti per un massimo di 8 minuti rubasse loro tempo prezioso. C’è anche chi – per dimostrare il suo disappunto per ciò che stai dicendo – sbuffa ad alta voce (a un metro e mezzo da te), si toglie le cuffie scotendo la testa (e si sa che i vetri delle cabine sono trasparenti, per cui tu – già agitato e nervoso – ti disperi) oppure segna alla lavagna tutti gli ehm o le false partenze che fai (e ovviamente tu in cabina non sai cosa sta facendo, ma sei ipnotizzato e non riesci a distogliere lo sguardo). Oppure al momento del voto – un’occasione collettiva in cui tutti i partecipanti all’esame partecipano contemporaneamente – c’è chi ti dice: Ma Signor XY, di solito lei fa molto meglio di ZZ, questa volta invece è successo il contrario, come mai? Ah, comunque siete bocciati entrambi. GRAZIE!
Ci sono anche prof che colgono l’occasione dell’esame andato male per prendersi una piccola rivincita nei confronti di altre lingue, che ovviamente tu hai studiato a discapito della loro. Non viene loro in mente che forse l’altra lingua è stata insegnata meglio o con più simpatia. E c’è ancora chi si chiede perché alcune lezioni sono rifuggite come la peste dagli studenti.
Ma non c’è solo interpretazione. Come dimenticare – e chi ha frequentato Via D’Alviano non lo scorda di sicuro – le lezioni in cui si predicava che tutte le guerre del mondo girano solo ed esclusivamente attorno al petrolio? Può essere vero, ma cosa c’entra con l’affermazione “La bora ha cicli di 30 anni, per 30 diminuisce, poi risale. Ha raggiunto il minimo storico e per il periodo in cui sarete qui voi non potrà che peggiorare”? Interessante, ma irrilevante. E ancora le pittoresche descrizioni di soldati feriti, senza gambe e braccia in una guerra in cui il sangue scorreva a fiumi? E la dispensa composta da pagine in cui le frasi cominciavano ma non sempre finivano? A un esame una ragazza ha copiato parola per parola la dispensa (la parte relativa alla domanda, ovviamente) e le è stato abbassato il voto per il “pessimo italiano”, mah!
La frase “Signorina, Lei potrebbe anche cambiare facoltà” potrebbe sembrare appartenere al ramo di interpretazione, ma è stata pronunciata da una lettrice, simpatica, vero?
Non sono solo i prof a passare alla storia per i vari tipi di sopruso, abbiamo anche alcuni interessanti esempi tra il personale non docente. Come passare sotto silenzio la mitica bidella, che pur di farci un dispetto al terzo piano non solo non consegnava a nessuno le chiavi della sala PC, ma arrivava in ritardo e apriva prima tutte le aule e solo alla fine la tanto attesa sala PC, davanti alla quale già si stava formando la fila.
E ancora la simpatia di chi ti deve vendere i fogli per la stampante, tassativamente entro le 10.30. Tu entri, vedi la persona al telefono, non vuoi disturbare, esci perché mancano ancora 10 minuti, riprovi qualche minuto dopo, è ancora al telefono, attendi ancora, poi finalmente lei si accorge della tua presenza, ma, ahimè, sono già le 10.33, niente da fare, nemmeno se sei laureando, devi stampare la tesi, è venerdì e quindi devi aspettare fino a lunedì mattina per comprarli… un orario è un orario.

mercoledì 9 dicembre 2009

Svarioni

Un post breve questa settimana, perché sono passati tanti anni e non ricordo tutti gli svarioni detti dai vari prof a lezione. Ma alcuni sono storici e meritano di essere tramandati ai posteri.
Primo posto in classifica a Lamberti, che ci ha spiegato in dettaglio (si parlava di plosive) “tutti i giochetti che si possono fare con la bocca e con la lingua”, prima di farci notare che i linguisti sono studiosi indipendenti che non passano uno dopo l’altro come panini (ma scusi, dov’è che i panini passano davanti agli occhi in quel modo? per gli studenti sempre senza soldi sarebbe un paradiso).
Segue a ruota la Tonelli, che dopo averci illuminato sul quarto d’ora accademico ci ha lasciati perplessi con una domanda che preannunciava interessanti sviluppi per il corso: “Ma voi mi sentite? Perché io non mi sento”. Ecco, appunto.
E ancora: lo sapete che le cuffie (o cuffiette) di interpretazione sono state anche definite “orecchianti” dalla Gran? Che spesso e volentieri si dimenticava che tre persone erano già sedute in cabina ad aspettare, mentre lei continuava a parlare e parlare… a microfono spento, per cui i tre sventurati (stanchi di fare gesti con le braccia che probabilmente non riescono a richiamare l’attenzione di nessuno, o solo dei compagni sghignazzanti che si guardano bene dal dire qualcosa perché si divertono ad ascoltare i commenti irati dei tre utilizzando gli orecchianti) non percepiscono nulla della spiegazione che dovrebbe aiutarli con il testo che si accingono a interpretare. In compenso si lanciano in creative interpretazioni di quello che la prof sta dicendo accrescendo la malcelata ilarità del pubblico in sala.
Ulteriori momenti di ilarità sono dovuti a prof che cadono miseramente dalla sedia che, ahimè, non è a norma UE (le sedie dotate di rotelle devono averne 5, non 4, è per quello che ogni tanto si sentono dei tonfi provenienti dalle cabine). È successo alla Mechel. Non vorrei sottolineare che se il foulard penzolante non si fosse incastrato in una delle rotelle, non sarebbe successo nulla…
C’è poi un’esponente del corpo docente colpita da una forte balbuzie, il che non sarebbe grave se non avessimo notato uno strano fenomeno di contagio tra i laureandi, fenomeno che fortunatamente per i futuri interpreti si limita alle poche ore successive all’orario di ricevimento con la docente in questione.
Non dimentichiamo poi la domanda che ha terrorizzato svariate persone agli esami di linguistica con Crevatin: “Quando è stata l’ultima volta che ha fatto l’amore?” Un’informazione essenziale, oserei dire, per capire la differente evoluzione tra le lingue di ceppo germanico e quelle di ceppo romanzo.

venerdì 4 dicembre 2009

I prof

Parlando di insegnanti, come tralasciare le notizie e i pettegolezzi più interessanti? Prima di tutto: un professore – malgrado le apparenze – è una persona come tutte le altre e ha quindi difetti, tic e caratteristiche sue personali che vengono amplificate da due condizioni particolari: prima di tutto sono prof e quindi sotto gli occhi di tutti, poi insegnano in una scuola a maggioranza femminile, il che significa che il pettegolezzo, se non c’è, va inventato.
Una curiosità: sapete che moltissimi professori (o assistenti ecc., per semplicità li definirò sempre prof) si sono laureati alla SSLMIT (oppure diplomati quando il corso non era ancora una laurea bensì un diploma universitario)? Qualche nome? D’accordo, ma la lista non sarà di certo esaustiva: Riccardi, Bonelli, Scarpa, Falbo, Darò, Straniero, Viezzi (che ci ha abbandonato per insegnare alla concorrenza, a Forlì), Ondelli. E nel frattempo se ne sono aggiunti altri che erano miei compagni di corso.
La domanda spontanea di molti studenti è: ma allora PERCHÉ si comportano così con noi? Non ricordano com’era ai loro tempi? Oppure vogliono farcela pagare per quello che hanno subìto loro?
Voci di corridoio parlano anche di fenomeni di nepotismo nel caso di una prof che è riuscita a sistemare lavorativamente due figli all’interno dell’università. C’è poi chi parla di “mafia” per alcune cattedre (cattedra nel senso ampio e non accademico del termine: lavoro da prof) assegnate a incompetenti che probabilmente conoscevano (anche intimamente?) personaggi influenti.
Come scordare gli odi e le inimicizie più o meno nascosti? In genere davanti agli studenti si mantiene almeno una facciata di cordialità, ma tra i vari prof ci sono non poche rivalità. Alcune sono legate al motivo più ovvio: soldi. Se un corso sparisce forse un altro potrà beneficiarne, al che forse sono fondati i dubbi di coloro che si chiedono quale sia la ragione principale per cui è stato cancellato il corso dell’unica lingua orientale (per poi essere reintrodotto ma in versione bignami). Certo, si parla di concorrenza da parte di altre università troppo vicine (e allora si dovrebbe cancellare qualche altra lingua), non si può dare la colpa alla mancanza di iscritti (altri corsi sono molto meno frequentati), né alla mancanza di professori sicuri. Ai posteri (o agli economi?) l’ardua sentenza.
Ma le inimicizie non si fermano solo a questioni pecuniarie. È risaputo che tra i corsi di interpretazione di tedesco e di russo non corre buon sangue, per motivi didattici, che si estendono al trattamento degli studenti in sede d’esame (tema su cui avremo occasione di dilungarci più avanti) e ai criteri di valutazione.
Nel corso di tedesco – seconda lingua – c’era una ben nota antipatia tra due professori costretti loro malgrado a essere colleghi: purtroppo (ma credo che il “purtroppo” sia condiviso da ben pochi) uno di loro ci ha lasciato, e non solo per le sue connessioni al jet-set, e l’altro è stato così privato di uno dei suoi passatempi preferiti, lo spettegulèss – dovrà consolarsi con meno amene faccende in campo economico-finanziario. Oppure fare dei revival di pettegolezzi e critiche, come del resto è abituato a fare nei confronti di suoi augusti coinquilini del passato.
All’interno del corpo docenti si ritrovano dunque malizie e antipatie, come in ogni circolo ristretto, ma anche simpatie e storie più o meno ufficiali, di cui parleremo. Sarebbe opportuno conoscere le varie amicizie e i rapporti di potere quando decidete di scrivere la tesi e avete in mente un relatore e un correlatore ben precisi. Forse dovreste informarvi prima, magari non si sopportano e a farne le spese sarete voi, poveri laureandi che si vedranno le stesse cose corrette in modo opposto dai due.

Al prossimo post alcuni divertenti svarioni di alcuni prof!

giovedì 19 novembre 2009

Il primo impatto

Dopo aver passato l’esame di ammissione e tutti i traumi a esso connessi (sembra che tutti quelli che ti circondano siano madrelingua o abbiano trascorso anni all’estero e tu pensi che non ce la farai mai; conosco una sola persona che era sicura che sarebbe stata ammessa, è la stessa persona che al liceo aveva 8 in latino…) finalmente si comincia a frequentare. Cosa attende una povera matricola che giunge alla SSLMIT?

Prima le buone notizie: non c’è il solito trauma che segnala il passaggio dalle superiori all’università, la SSLMIT non è che la continuazione delle superiori, tutto è già organizzato per te, il piano di studi è praticamente già stabilito, per cui nessuno viene preso dall’angoscia “cosa devo fare? a chi mi devo rivolgere? quali lezioni devo/posso/voglio seguire?”. Insomma, se a scuola si andava sapendo che qualcun altro organizzava le lezioni per noi, qui la situazione è perfettamente identica, o quasi. (si parla della SSLMIT vecchissimo ordinamento, 41 esami in 4 esami, per intenderci, secoli fa... ora è cambiato tutto.)
Il lato negativo: la SSLMIT non è che la continuazione delle superiori. Lo so, era una delle buone notizie, ma pensateci bene: l’organizzazione fatta da altri va bene, ma essendo pochi gli iscritti (un centinaio, al massimo due ogni anno, si parlava di élite, no?) i corsi sono frequentati da poche persone, per cui i prof ti conoscono, si ricordano la tua faccia (un punto a tuo favore in sede di esame, se è un esame orale), ma se non ti vedono mai sanno che hai preso sotto gamba il loro corso e la maggior parte di loro non lo apprezza e, se può, te la fa pagare (seguirà prima o poi un capitolo sui soprusi). C’è chi pretende (a ragione, anche se secca ammetterlo) la frequenza delle proprie lezioni, c’è chi non la pretende proponendo due diversi tipi di esami per frequentanti e per non frequentanti. Inutile dire che in genere quello per frequentanti prevede lo studio degli appunti delle lezioni e di un paio di libri, mentre quello per non frequentanti prevede lo studio di una bibliografia ben pasciuta, ma bisogna pur riempire le ore che la non-frequenza del corso ci ha regalato, no?
Ovviamente ci sono altri lati negativi, ma chi ne è già uscito non vuole ricordarli (ore e ore dallo psicanalista per dimenticare, gente che mi ha raccontato della difficoltà a provare un orgasmo e l’azione catartica di questo blog) mentre chi è appena entrato... o sta frequentando da qualche anno e li conosce già oppure avrà comunque tutto il tempo per scoprirli, ogni cosa a suo tempo.
A proposito di tempo, come dimenticare nel lontano 1994 la prima lezione di traduzione tedesco-italiano (con la Tonelli) e la prima, fatidica domanda: “Preferite fare lezione cum tempore o sine tempore?”. Brivido di terrore/stupore tra gli studenti. Gli anni di latino alle superiori (per chi l’ha studiato) non aiutano, imbarazzati ci guardiamo l’uno con l’altro, speriamo che risponda qualcun altro (come a scuola, no?), vorremmo dare una risposta a casaccio, ma non sappiamo se la domanda nasconde qualche trabocchetto, finché la prof forse si avvede della situazione e spiega: “Insomma, preferite il quarto d’ora accademico prima o dopo la lezione?”. Sospiro di sollievo, non era poi così tremendo. Ma già lì si è prospettato un primo interrogativo: perché i prof, se devono farsi capire da noi, non parlano come mangiano? Nel corso degli anni ho sviluppato una teoria tutta mia in proposito: alcuni dei nostri beneamati prof vivono in un mondo mentale parallelo, senza rendersi conto che noi studenti non possiamo comprendere (né del resto ne abbiamo il minimo interesse), per il semplice motivo che si tratta di astruse complicazioni linguistiche e mentali senza le quali sopravviviamo benissimo.
Dopo ore e ore di lezione all’università comunque mi è rimasto un dubbio: perché si parla di ore se in realtà sono solo 45 minuti? Convengo comunque che per la maggior parte delle lezioni sono sufficienti tre quarti d’ora, poi la soglia di interesse cala miseramente, semmai c’è stato.
Ma non è finita. Ricordiamo che le ore di lezioni settimanali sono tante e la frequenza è obbligatoria (o almeno lo era ai miei tempi). Ma allora perché – e il dubbio è lecito – ci sono così tante sovrapposizioni di ore? E non solo tra seconde lingue (naturalmente non si può tener conto delle esigenze di tutti gli accoppiamenti linguistici, soprattutto se qualcuno decide di seguire tre o più lingue), ma a volte anche tra le prime e le seconde.
Destreggiandosi tra quarti d’ora accademici e appunti raccattati qua e là non è impossibile cavarsela, ma ciò non significa che sia anche facile. E poi c’è sempre qualche prof che si ingelosisce se mostri di preferire un altro corso con lo stesso orario. La cosa più interessante è che a volte coincidono perfino le date d’esame, per cui ti ritrovi a fare i conti con tre esami che vorresti dare e due sole date (i due appelli della stessa sessione). E se sei fortunato puoi fare un esame di mattina e uno di pomeriggio!
Non dimentichiamo che per dare esami si hanno solo 3 possibilità: giugno e ottobre (sessioni con due appelli) e febbraio, sessione straordinaria con un solo appello. Per facilitare la vita agli studenti lo stesso esame può essere dato al massimo due volte all’anno e in febbraio se ne possono dare solo due. Una passeggiata! Per fortuna alcuni (pochi) prof ti vengono incontro con pre- e post-appelli, mossi da sincera pietà.